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Giornata della Terra 2020: il rischio climatico e la nuova ecologia

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Oggi, 22 aprile, si celebra la giornata mondiale della Terra. Una ricorrenza arrivata ormai a festeggiare il cinquantesimo anno da che, nel 1970 appunto (per la precisione il 18 gennaio), il New York Times pubblicò un annuncio per sottolineare come fosse giunto il momento di dedicare un giorno del calendario al nostro pianeta.

Nata prevalentemente come lotta contro l’inquinamento (nell’annuncio sul NY Times si faceva infatti riferimento allo smog arrivato allo Yosemite Park ed ai rifiuti scaricati nelle acque del fiume Hudson). L’iniziativa ebbe una risonanza piuttosto elevata che riuscì a coinvolgere oltre venti milioni di persone e che portò all’ emanazioni di diverse leggi per l’ambiente. Un esempio è il Clean Water Act per la qualità dell’acqua e l’Endangered Species Act, volta a preservare le specie in pericolo di estinzione.

A distanza di cinquant’anni, e con una situazione decisamente peggiorata rispetto ad allora, vale la pena ricordare di avere maggiore consapevolezza del pianeta su cui tutti siamo ospiti di passaggio, visto che, molto spesso, sembriamo dimenticarcene con troppa facilità.

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Il clima e le anomalie

Nello specifico, si sono registrati oltre 4300 decessi in India dovuti principalmente alle inondazioni verificatesi a seguito di piogge anomale fuori stagione. Così come la situazione complessiva della Repubblica Dominicana che compare al primo postoper le morti parametrizzate sui centomila abitanti (oltre 43). Ma anche per quanto riguarda le perdite segnalate in relazione al prodotto interno loro (77,3%) dovute all’uragano Erika che ha colpito il paese sul finire del mese di agosto, paralizzando soprattutto la rete di trasporti.

Complessivamente comunque, nello scenario raffigurato nel report, i primi dieci paesi maggiormente colpiti sono Mozambico (score 12,2), Repubblica Dominicana (13,0), Malawi (13,8), India (15,3), Vanuatu (20,3), Myanmar (20,8), Bahamas (22,8), Ghana (23,3), Madagascar (23,3) e Cile (25,2).

Curiosità climatiche

Il nostro pianeta è eterogeneo dal punto di vista delle temperature. Come sottolineano i dati pubblicati su Wikipedia, l’escursione termica da intendersi a livello mondiale e nell’intero periodo di misurazioni di cui abbiamo traccia tra la zona più calda e quella più fredda è poco meno di 147 gradi.

I record spettano rispettivamente a Furnace Creek in California dove nel 1913 vennero registrati oltre 56 gradi e a Base Vostok nel pieno dell’Antartide in cui la temperatura rilevata toccò nel 1933 il minimo storico di -89 gradi.

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Specialmente per il costante surriscaldamento a cui stiamo assistendo negli ultimi anni, i numeri a cui siamo stati abituati nel corso del tempo saranno probabilmente destinati ad aumentare drasticamente, e come anche suggeriscono diversi climatologi, è “estremamente probabile” che l’influenza umana sia stata la causa principale di quanto osservato nel XX secolo.

L’ intervento dell’uomo sulla terra

Come se non bastasse la “quotidianità” con la quale stiamo progressivamente alterando le condizioni climatiche (basti pensare all’inquinamento legato alle emissioni di gas serra nelle loro varie forme), molto spesso ci sono circostanze per le quali non c’è alcun tipo di attenuante a cui aggrapparsi.

Una delle fotografie più lampanti e, in un certo senso anche più iconografiche, è la deforestazione che si sta compiendo in Amazzonia, regione che da sempre viene considerata il polmone verde della Terra.

I dati relativi agli ultimi tre anni censiti segnalano un trend in crescita piuttosto allarmante. Dal 2016 al 2018 infatti, sono stati deforestati più di ventunomila km chilometri quadrati di foresta senza mai scendere sotto i settemila annui. Invece negli anni precedenti si era assistito ad un progressivo assestamento attorno ai “soli” cinquemila chilometri.

Specialmente nell’ultimo anno, le immagini più note ritraggono il polmone verde vittima di numerosi incendi che, drammaticamente, ricordano molto quanto accaduto in Australia sebbene si partisse da un contesto ambientale e socio-economico abbastanza differente.

Come noto, a partire dallo scorso settembre, la nazione australiana è stata martoriata da un’ondata di incendi boschivi  senza precedenti che hanno devastato regioni intere, finendo con il causare anche diverse vittime tra la popolazione.

I numeri di questa catastrofe parlano di più di cinque milioni di ettari di foreste bruciate, molte delle quali situate nell’area del Nuovo Galles del sud, noto per essere l’habitat di circa il 30% dei koala australiani, la maggior parte dei quali sono stati sterminati a seguito degli incendi.

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