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Su Netflix parte The Last Dance, la serie doc del mito Michael Jordan

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Su Netflix la docuserie dedicata al mito di Michael Jordan e dei Chicago Bulls. Infatti, nell’autunno del 1998, i Chicago Bulls sono la squadra più forte dell’Nba, la lega professionistica di basket americana. Ci giocano Scottie Pippen, Dennis Rodman, Toni Kukoc e soprattutto lui, Michael Jordan, il miglior giocatore di pallacanestro della storia.

MJ ha già guidato i Bulls alla conquista di cinque titoli, i primi per la franchigia, e ora vuole il sesto per entrare definitivamente nella storia. L’allenatore di quel gruppo di campioni, Phil Jackson, ha firmato un anno di contratto ma la proprietà ha già detto che sarà l’ultimo, perché poi il team verrà rivoluzionato. “It’s the last dance” dice Jackson alla squadra: l’ultimo ballo prima della fine.

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Comincia così The Last Dance, la docuserie in dieci episodi girata da Jason Hehir, già regista di Andre The Giant e The Fab Five. Prodotta dalla Espn, in Italia sarà disponibile su Netflix da lunedì 20 aprile alle 9 (i primi due episodi, poi altre due puntate a settimana ogni lunedì). L’uscita era inizialmente prevista per l’estate, ma il lockdown e le pressioni di spettatori e addetti ai lavori, fra cui la stella dei Cleveland Cavs LeBron James, ha convinto la Espn ad anticipare i tempi.

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I primi episodi ripercorrono gli inizi di Michael Jordan. L’infanzia a Wilmington e la voglia di scappare via (anche per via del razzismo, spiega MJ). Le partite con il fratello Larry, fortissimo ma più basso di Michael, nel cortile di casa. L’esclusione dalla squadra del liceo e la rivincita all’università, quando un giovanissimo Jordan conquista il campionato Ncaa con la maglia di North Carolina. E poi l’ingresso nell’olimpo del basket: terza scelta nel draft del 1984, dopo il nigeriano Hakeem Olajuwon e il centro Sam Bowie, considerato oggi uno dei più grandi bidoni nella storia dell’Nba.

Michael Jordan cambierà la storia dei Chicago Bulls, che grazie al loro numero 23 si trasformeranno da franchigia “materasso” a squadra in grado di vincere, negli anni Novanta, sei titoli. La più forte squadra di sempre, nel basket e non solo, protagonista di un’epopea irripetibile che oggi possiamo ripercorrere guardando le dieci puntate di The Last Dance.

Jason Hehir ha potuto contare sulle riprese esclusive realizzate dalla troupe Nba durante la stagione 1997-98, dentro gli spogliatoi e sul campo di allenamento dei Bulls. Nella docuserie sono alternate con filmati d’epoca e con le interviste a giocatori, allenatori e pure ex presidenti Usa: il tifoso Barack Obama parla dei suoi Bulls (“All’improvviso avevamo uno sportivo che collocava Chicago sulla mappa”) e Bill Clinton di Scottie Pippen, cresciuto in Arkansas, lo Stato di cui fu governatore.

Il risultato è un imperdibile racconto per immagini che ricostruisce la storia e i successi di Jordan e dei suoi compagni: da Pippen, lo scudiero di Michael, al ribelle Dennis Rodman, che dietro i tatuaggi e i capelli colorati, i piercing e le risse nascondeva un enorme talento difensivo. Una storia non tutta rose e fiori, perché proprio fra il 1997 e il 1998 esplose lo scontro fra Jerry Krause, il general manager che aveva creato quella squadra, e i suoi campioni.

Inutile negarlo: il principale motivo d’interesse di The Last Dance, per gli appassionati di pallacanestro, è riguardare i canestri di Michael “Air” Jordan e rivivere le sue imprese al limite dell’impossibile. Come quando, al secondo anno in Nba, segnò 63 punti nei playoff contro gli imbattibili Boston Celtics di Larry Bird e Robert Parish: “Era dio vestito da Jordan” disse Bird per celebrare quel record che resiste ancora oggi.

Ma non mancano gli spunti nemmeno per chi non è un fanatico di sport. La docuserie indaga l’origine di quella squadra fenomenale e la psicologia dei suoi artefici, sia in campo che dietro la scrivania (“L’organizzazione vince i titoli, non i giocatori” disse Krause scatenando l’ira di Jordan & Co). Un confronto, quello fra muscoli e cervello, incarnato dall’impressionante differenza di stazza fra il gm basso e tarchiatello e i corpi enormi e perfetti dei campioni della palla a spicchi.

Corpi che, lontano dal campo, si ricoprivano con pantaloni e giacche XXXXXL, che le immagini d’epoca restituiscono con effetti esilaranti. Erano gli anni Novanta e i Chicago Bulls, in tutto il mondo, erano l’immagine più bella e vincente della pallacanestro. Rivederli oggi, nell’epoca del Coronavirus e dello sport chiuso, è un piacere quasi indefinibile.

Fonte: Style Magazine

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