Psicologia

Le videochiamate ci rendono estenuati ed esausti: ecco perché

Anche se le videochiamate sono state una soluzione miracolosa a tante necessità di lavoro, di studio e di socializzazione, hanno avuto su di noi anche un risvolto negativo. Questo perché lunghe ore passate davanti ad uno schermo immobile, fanno crescere in noi un senso di frustrazione e ci rendono esausti.

Concentrazione e comunicazione cambiano radicalmente attraverso uno schermo. Di certo, non ci si può aspettare che risultino uguale ad un contatto dal vivo.

Perché dopo le videochiamate siamo estenuati? 

Il fatto di avere uno schermo immobile davanti a noi, una concentrazione sempre attiva e un’attenzione sempre vigile verso coloro che partecipano alla videochiamata. Questi sono i fattori che incidono negativamente sulla nostra mente e sul nostro corpo. Le videochiamate di gruppo vengono utilizzate non solo per lavoro o per la didattica a distanza, ma anche per incontrare amici e familiari distanti. Le app per le videochiamate sono quindi usate quasi per tutto il giorno ed è inevitabile che si arrivi alla fine della giornata estenuati ed esausti.

«Quando comunichiamo di persona siamo abituati a ricevere molte più informazioni, spesso implicite e inconsapevoli. Non vediamo solo lo sguardo, ma percepiamo l’atteggiamento di chi ci sta di fronte nel suo complesso, mentre davanti a uno schermo di computer non possiamo farlo, ci limitiamo al viso e alla voce, che non sempre si sente bene» spiega Ludovica Scarpa, docente di Teoria e Tecnica della Comunicazione interpersonale all’università IUAV di Venezia.

Un altro fattore che incide sulla nascita della frustrazione è il silenzio. Le pause innaturali durante la comunicazione appesantiscono la conversazione. Ovvero, le pausa che si prendono per non sovrapporre le voci o per disturbi al’audio. Si aggiunge, ancora, l’imbarazzo che si prova nel comunicare in questo modo. «Lavorando in smart working ci si rende conto di far entrare degli estranei o comunque colleghi in casa propria, mostrando loro alcuni dettagli della nostra vita privata: un poster o una foto alle pareti, oppure i libri dietro alla scrivania. Questo può essere fonte di imbarazzo» spiega Scarpa. E’ normale che a tutto questo si aggiunge il senso di oppressione causato da una situazione straordinaria che ci ricorda di non avere alternative a tutto questo. La tecnologia è la divinità del XXI secolo: ci salva tutti o ci condanna tutti.

Lo studio della docente Ludovica Scarpa

«Per cercare di decifrare le informazioni che ci mancano, aumentano concentrazione e tensione che a fine giornata ci fanno sentire molto più stanchi. Questo accade anche se parliamo con i nostri cari: nonostante loro ci dicano che stanno bene, a volte ci preoccupiamo se notiamo segni di stanchezza perché ci sembra di non poter controllare se sia vero» spiega la docente. Questa situazione sfavorevole viene a crearsi sopratutto per chi non è nativo digitale. «I 50/60enni non sono sempre stati abituati a questo tipo di comunicazione da remoto, quindi si aggiunge l’ansia di non essere in grado di gestire la tecnologia» Spiega l’esperta. Un’altra differenza si avverte quando si parla dell’approccio che hanno gli uomini e le donne, in cui quest’ultime sono avvantaggiate. «Solitamente gli uomini tendono a far precedere le riunioni da un cosiddetto small talk, le chiacchere su politica o sport, che servono a tastare il polso della situazione prima di affrontare i temi più seri di lavoro. Con le videocall tramite piattaforme questa possibilità viene meno o è fortemente ridotta. Questo potrebbe avvantaggiare le donne, che invece sono più restie a quel momento pre-riunione» spiega Ludovica Scarpa.

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