I cibi da non mangiare per non essere avvelenati.

I cibi da non mangiare per non essere avvelenati.

Il Presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo lancia l’allarme: “Ecco quali cibi non mangiare se non volete morire avvelenati”. Non usa mezzi termini nella lunga intervista a Libero. Attacca l’Europa e i paesi del Nord Europa, poichè troppo attenti al guadagno che alla qualità.

La lotta tra la Coldiretti e l’Unione Europea

Il primo nemico è in casa nostra: L’Unione Europea. Sacrifica l’agricoltura utilizzandola come merce di scambio per privilegiare altri settori negli accordi internazionali. Infatti, Bruxelles preferisce privilegiare l’esportazione in settori considerati chiave come la farmaceutica e il comparto metalmeccanico. E’ stata aumentata la quantità di prodotti ortofrutticoli importabili senza dazi da Paesi che utilizzano pesticidi che l’Italia ha messo fuori legge da decenni perché cancerogeni.

Troppi cibi importati avvelenati

Di esempi di cibi veleno ce ne sono tanti. L’olio tunisino, le fragole e i pomodori marocchini, i carciofi e le zucchine egiziani. Sono stati fatti accordi commerciali sulla pelle dei cittadini. Sul banco si trovano prodotti a basso costo perché avvelenati e ottenuti con uno sfruttamento del lavoro al limite della schiavitù. Anche al grano che arriva dal Canada è pericoloso, dato che hanno poco sole, lo fanno seccare con il glifosato, che è cancerogeno.

La differenza tra una fiorentina e una bistecca texana come quella tra il nostro olio extravergine e una margarina confezionata da qualche multinazionale nordica, può essere la stessa che passa tra la vita e la morte.

Ed è proprio sulla qualità del cibo che si gioca la lotta dei nostri agricoltori. Infatti arriviamo al paradosso secondo cui alcune etichettature considerano dannosi i buoni prodotti italiani e ottimali preconfezionati industriali di altri Paesi.

Obbligare il dettaglio sulle etichette

Sei multinazionali americane stanno promuovendo in Europa un sistema di etichettatura nutrizionale a semaforo, fuorviante e discriminatorio, per sconsigliare l’acquisto di prodotti naturali a vantaggio di cibo preconfezionato. L’Inghilterra impone a ogni prodotto un’etichetta, verde, gialla o rossa a seconda di quanto faccia bene o male. Con un risultato a dir poco disastroso per i prodotti nostrani. Il prosciutto di Parma e le forme di Reggiano hanno il bollino rosso mentre la Diet Coke ha quello verde. I nostri prodotti tipici sono costretti a convivere sullo scaffale con le loro imitazioni. Per cui per esempio, uno può fare il prosciutto in Quebec e chiamarlo “San Daniele” o fare il formaggio in Arkansas e chiamarlo “Parmesan”.

Un modo semplice per risolvere il problema sarebbe introdurre a livello europeo l’obbligo di indicare l’origine dei prodotti. Il che ci agevolerebbe molto, visto che in tutto il mondo si sa che il cibo italiano è il più sano oltre che il più buono, e darebbe un’informazione onesta al consumatore. Ma così, purtroppo, non avviene.

Quali sono i cibi da evitare?

La prima indicazione da seguire per evitare un’avvelenamento quotidiano è evitare di acquistare prodotti venduti a prezzi troppo bassi per essere credibili. Spesso dietro, si nascondono rischi per la salute, per l’ambiente e anche lo sfruttamento.

Dal riso asiatico alle conserve di pomodoro cinesi, dall’ortofrutta sudamericana a quella africana, fino ai fiori del Kenya. Quasi un prodotto agroalimentare su cinque che arriva in Italia dall’estero non rispetta le normative in materia di tutela dei lavoratori vigenti nel nostro Paese. I prodotti low cost sono spesso il risultato di ricette modificate, uso di ingredienti di minore qualità o metodi di produzione alternativi.

Per non parlare dei famosi insaccati tedeschi: in Germania esistono allevamenti dove convivono stipati anche 200 mila maiali, ciascuno con mezzo metro quadrato a disposizione. Per evitare che si ammalino, li curano preventivamente bombardandoli di farmaci, che noi assumiamo quando mangiamo i loro wurstel e salumi. Se poi andiamo in Africa e Cina, la situazione peggiora: siamo ai vertici mondiali per insicurezza alimentare con l’uso di prodotti chimici vietati in Italia da decenni.